Tra storia naturale e etnografia. La geografia kantiana

Kant tenne lezioni sulla Geografia fisica fino al Sommersemester del 1796: aveva cominciato quarant’anni prima, nel 1756. Il corso non era basato su un manuale, come richiesto poi dai regolamenti universitari, ma elaborato personalmente. E questo, come opportunamente fa notare Werner Stark nella prefazione al primo volume delle Vorlesungen über Physische Geographie apparso nel 2009 nell’ambito dell’edizione dell’Accademia, vuol dire che il programma delle lezioni preparate da Kant, può essere considerato, entro certi limiti, opera autonoma. I limiti, peraltro, sono costituiti dal fatto che le lezioni così come ci sono rimaste, entrano nel patrimonio di studio di studenti e uditori, a volte eccellenti (come dimostra il caso di Herder).

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Il primato della geografia

Il 1843, l’anno al quale stiamo dedicando gli ultimi articoli, è importante per la diffusione di Kant in Italia, ma fondamentale anche per la filosofia italiana in generale, perché è l’anno in cui fa la comparsa Del primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, all’epoca esule a Bruxelles. Il primato dell’Italia, dice Gioberti, deriva dalla sua posizione geografica, che la rende simile all’India e che favorisce lo sviluppo della civiltà: la geografia fisica diventa base di una considerazione geo-politica più ampia.

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Geografia e antropologia

Nel 1843, cioè trentasei anni dopo l’uscita del primo volume della Geografia fisica, l’editore milanese Giovanni Silvestri dà alle stampe un ausilio all’opera di Kant che Augusto Eckerlin aveva tradotto e pubblicato per lui tra il 1807 e il 1881 in sei volumi.

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