La fine di tutte le guerre

Il progetto filosofico della pace perpetua che Kant pubblica nel 1795 ha una serie di significati che ineriscono ai diversi punti di vista su cui il filosofo si concentra (e, talvolta, sembra divertirsi): politico, giuridico, filosofico, storico. Ognuno di questi punti di vista pertinentizza il discorso in modo diverso, e questo genere una certa sovrapposizione di linguaggi e di livelli semantici che, spesso, hanno generato confusione e sconcerto nei critici.

Di che parla l’opera, ci si può per esempio chiedere. La pace perpetua è in primo luogo la pace eterna, quella che aleggia nei camposanti e che Kant richiama proprio in sede di presentazione con scaltra mossa semiotica: il cartello del rigattiere che ci ricorda della pace eterna, ma desemantizzato il suo valore originale e ponendolo invece come segno della perenne volubilità d’uso e di significato delle cose umane. Con una strategia discorsiva pari, forse, soltanto a quella di Hamann, qui Kant mette subito in luce il fatto che la pace non è uno stato di cose, ma un valore negoziato.

Il trattato, d’altra parte, è la forma eminente di negoziazione in quanto vero e proprio contratto. In quell’ultimo scorcio di secolo, Kant stava dedicandosi a diversi studi incentrati sul diritto e l’antropologia, rifluiti poi nella Religione nei limiti della sola ragione (che era apparsa tra il 1792 e 1793, ma che era al centro dell’attenzione sua e dell’autorità di governo), nella Metafisica dei costumi (apparsa in due parti, diritto e morale, nel 1797); l’Antropologia dal punto di vista pragmatico (raccolta di lezione apparsa nel 1798); Il conflitto delle facoltà (anch’esso una raccolta di testi che la censura non aveva consentito di pubblicare prima, pure del 1798).

L’uomo tratta, negozia e si accorda su tutte le questioni che non sono di principio, dal momento che il principio è tendenzialmente fissato a priori. E così tratta il carattere etico della religione, il carattere giuridico della costrizione, il carattere civile dei movimenti popolari, il carattere politico delle scienze strumentali, il carattere universale della cultura.

Per poter muoversi agilmente nella pace perpetua occorre fare riferimento alle tante sfaccettature che essa impone all’occhio del filosofo: il rapporto con la Rivoluzione francese, il rapporto con la guerra, il rapporto condizionante tra politica e cultura. Se la pace eterna non si può avere, se non nella tomba, allora vuol dire che l’obiettivo dell’uomo deve essere quello di comprendere, penetrare e valorizzare la dialettica guerra/pace, senza assumere un atteggiamento retorico e moralistico. Ed è per questo che la l’insocievole socievolezza marca un territorio in perenne subbuglio ma, anche, in costante mobilità di segni da interpretare di volta in volta con l’ausilio di chi sa interpretare. Qui il ruolo del filosofo è centrale, politico e cultura assieme, e richiama quello platonico, anche se soltanto fino a un certo punto, dal momento che, al contrario di Platone, Kant individua il ruolo politico del filosofo fuori la sfera di governo e all’interno del tessuto sociale e culturale. La filosofia insegna, non comanda.

Se le guerre non possono mai finire in senso militare per la natura stessa della dialettica che oppone l’uomo all’ambiente, possono almeno finire nel senso politico mediante il principio di negoziazione: la pace non è la fine ma il fine.

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