Augusto Eckerlin, il traduttore della Geografia fisica era un pittore tedesco che a Milano ricopriva incarichi amministrativi per il Comune. Come altri primi traduttori di Kant, anch’egli non era un filosofo, ma l’essere madrelingue gli fornì certamente l’agio di portare a termine il faticoso lavoro di rendere in Italiano la Physische Geographie che Johann Jakob Wilhelm Vollmer aveva iniziato a pubblicare dal 1801 con l’idea di fornire un manuale di geografia moderno e aggiornato utilizzato manoscritti di Kant o di allievi diretti di Kant. Le lezioni di Kant sulla geografia sono tra le più cospicue, dal momento che egli ne avviò l’insegnamento fin dal 1756, senza mai abbandonarlo fino al 1796. Vollmer, a prescindere dalla legittimità o meno della sua iniziativa, contestata dallo stesso Kant con una propria dichiarazione, aveva adottato una prospettiva non idonea a inquadrare la funzione da Kant assegnata alla geografia: per il filosofo essa costituisce uno dei due tasselli fondamentali per la conoscenza del mondo; l’altro tassello è l’antropologia (le cui lezioni, curate da Kant stesso, erano apparse nel 1798).
Eckerlin deliberatamente trascura l’edizione che Theodor Rink frettolosamente mise in piedi nel 1802 per onorare l’impegno preso con il suo maestro. Eckerlin si limita a dire che non era il caso di utilizzare l’edizione di Rink, ma forse si può cercare la ragione nell’assunzione della prospettiva tecnica e didattica della geografia (in grande tumulto nella stagione napoleonica) più che quella antropologica secondo la quale andava certamente letta la grande impresa di Kant.
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